Tra cielo e terra
pubblicato il 16 dicembre 2014


Img1 Giorni fa passeggiavo tra gli olivi e notavo che il terreno era molto soffice sotto i miei piedi, abbastanza normale siamo nel mese di dicembre e le piogge sono state frequenti ma il terreno era veramente soffice. Ad un certo punto mi sono chinato e istintivamente ho mosso la mia mano come fosse un cucchiaio con l’intento di raccogliere del terreno in superficie. Senza alcuno sforzo la mia mano ha facilmente raccolto e sollevato una manciata di terreno, anzi terriccio molto soffice frutto della naturale decomposizione di tutte le ramaglie di potatura e sfalcio ripetuto di erba che da tanti anni pratichiamo. Ho girato il palmo della mano verso l’alto per annusare il profumo muschiato che la terra emanava. Un profumo molto fine e delicato di sottobosco si sprigionava e tutta l’aria attorno ne era impregnata.
Il terreno profumava e al contempo era pieno di attività vitale, piccoli animaletti, lombrichi e altro si erano improvvisamente trovati esposti all’aria in una posizione per loro non naturale e si muovevano nella mia mano cercando di rientrare all’interno del terriccio in una zona protetta. Istintivamente ho riposizionato il terreno dove lo avevo prelevato cercando di riposizionarlo così come stava in origine.

Ho provato felicità, la mia terra brulicava di vita, visibile e soprattutto invisibile, il profumo di sottobosco, muschio e funghi mi era penetrato nel naso e con delicatezza mi stava accompagnando nella mia passeggiata nell’oliveta.

Anni e anni di non lavorazione del terreno e soprattutto la restituzione al suolo di tutto quanto le piante producono e che viene asportato con le potature, unito alle erbe e alle leguminose (noi seminiamo su sodo senza alcuna lavorazione del terreno) che vengono sfalciate con funzione di pacciamatura superficiale a copertura del suolo avevano arricchito il suolo ed erano state trasformate in nutrimento per il terreno, nutrimento anche per le piante che su di esso si trovano.

Mi ha pervaso la consapevolezza che se noi siamo tra cielo e terra dobbiamo rispettare questa nostra posizione e non dobbiamo compiere azioni di alcun tipo, con motivazioni colturali, che vadano a devastare il suolo e a turbare un equilibrio molto complesso che impiega moltissimi anni per strutturarsi ma che può essere distrutto con pochissimi gesti.

Quando dico che questo equilibrio che si è creato ha impiegato tanto tempo per realizzarsi mi viene un’altra riflessione, tanto tempo cosa vuol dire? Tanto tempo rispetto a quale parametro, forse la nostra aspettativa di vita terrena? All’improvviso ti rendi conto di cose che sai benissimo ma che in una visione umana egocentrica non vengono considerate. Cosa è la nostra aspettativa di vita rispetto alla natura e le sue leggi? Niente……………..

Continuo la mia passeggiata con in testa queste riflessioni, non turbato ma bensì appagato, felice, conscio che in quel momento la mia visione della vita non era egocentrica ma era ecocentrica.

Davanti a me, per terra e tra l’erba, dalla decomposizione pluriennale di ramaglie era nato un gruppo enorme di funghi commestibili da noi chiamato famigliole o chiodini il cui vero nome è Armillaria Mellea.

Ho raccolto i funghi, che normalmente si trovano presso aree boschive, con la consapevolezza che il ciclo vitale dei nostri terreni fosse veramente compiuto e quella presenza di funghi fosse la testimonianza diretta del fatto che i nostri terreni godono di uno stato di equilibrato benessere naturale positivo per gli alberi e per tutto l’ambiente.

A tavola esprimevo tutta la mia felicità per questo equilibrio che si era ricreato già da molto tempo e che ci ricompensava fornendoci anche i funghi con i quali ci stavamo deliziando.

Carlo

Giugno - Agricoltura Tradizionale
pubblicato il 16 Giugno 2012


Img1 Quando parliamo di inquinamento, impatto ambientale e sostenibilità ci riferiamo quasi sempre a industrie, trasporti e smaltimento dei rifiuti. L’immagine che abbiamo dell’agricoltura è quella di una pratica innocua, a contatto con la natura, grazie alla quale sulle nostre tavole sono sempre presenti frutta e verdura.

Siamo costretti a vivere nelle città e le fotografie di sterminati campi di cereali o di vigneti a perdita d’occhio ci tranquillizzano e ci fanno sorridere perchè c’è un senso di “natura”, di pace e ordine che nella vita urbana di tutti i giorni tende a mancare.

Non sappiamo niente dei procedimenti agricoli, della stagionalità dei prodotti, dei periodi di semina e raccolta però vediamo il nostro cesto di insalata in tavola e in televisione campi verdissimi e floridi dove “contadini” con cappelli di paglia raccolgono i prodotti che la terra gentilmente gli dona. Se guardiamo una fabbrica che sputa fumi tossici storciamo il naso e pensiamo che sia davvero una disgrazia ma quando l’occhio si posa su un frutteto intensivo rimaniamo un po’ affascinati da tutte quelle piante e non immaginiamo neanche che la sua coltivazione possa avere degli impatti sull’ambiente.
Questa visione è l’eredità del sistema di produzione agricolo che era in vigore fino alla metà del secolo scorso, la cosiddetta Agricoltura Tradizionale, venuta meno con il sopraggiungere di fertilizzanti chimici e meccanizzazione delle lavorazioni.

La civiltà contadina era fondata sul reverenziale rispetto delle leggi della natura.
Una storia che inizia diecimila anni fa, quando da nomadi i nostri antenati divennero stanziali, e che per tutto questo tempo ha visto gli uomini lottare strenuamente contro inondazioni, siccità e tutte le asperità che le stagioni riservano alle coltivazioni, sempre con gli stessi mezzi.

Infatti il progresso in agricoltura è sempre stato lentissimo e fino a quando l’unico mezzo di lavorazione del suolo è stato il lavoro manuale, svolto sia da uomini che da altri animali costretti a tirare carri o aratri, le possibilità e le tempistiche sono rimaste invariate.

I limitati mezzi a disposizione contribuirono a mantenere un rapporto di subordinazione degli uomini verso la natura il cui potere non era contrastabile e andava anzi assecondato.
Basti pensare agli antichi sistemi di potatura che non prevedevano rigidi schemi a cui piegare le piante ma semplicemente seguivano il portamento delle stesse.

Non c’era la possibilità di agire sul paesaggio in modo immediato come oggi, la strutturazione del territorio in campi avveniva in periodi lunghissimi con sforzi che oggi non sono neanche immaginabili. Un’altra caratteristica dell’Agricoltura Tradizionale era la quantità di “addetti ai lavori” presenti nel settore, di molto superiore alla richiesta odierna, anche se la popolazione era decisamente inferiore. Si trattava però di una manodopera dalle capacità eterogenee, tutt’altro che specializzata.
Quasi tutto era ricavato all’interno della fattoria, in quanto i costi economici di trasferimento di merci, attrezzature e prodotti erano altissimi e sostenibili soltanto da una fascia di popolazione.
I contadini di un tempo infatti dovevano essere in grado di mantenere la propria autosufficienza padroneggiando diversi mestieri, ma riuscivano anche a costruire un rapporto con la natura e i suoi ritmi, vedendola non come uno strumento di produzione di ricchezza ma rispettandola come fonte di vita e facendosi custodi di un sapere frutto della stratificazione culturale avvenuta nei secoli.
Con il tempo tuttavia, e in particolare dopo la fine della seconda guerra modiale, la “cultura” si è trasformata in semplice coltura.

Il settore agricolo oggi non richiede grandi quantità di operatori, resi superflui dalle macchine e dalle conseguenti pratiche agricole. Un singolo uomo oggi può occuparsi di una tenuta di dieci ettari a vite e olivo attraverso l’utilizzo di macchine e trattamenti fitosanitari.

In una giornata si possono lavorare anche più di cento ettari di terreno.
Ne è conseguito un allonatanamento dai ritmi naturali e la meccanizzazione dei processi produttivi. Si è persa la conoscenza fondata sull’osservazione dei fenomeni naturali e sulla tradizione, perchè non è più richiesta all’operatore, che invece deve saper manovrare alla perfezione le macchine per evitare danni. Veri contadini non esistono più da un pezzo, chi decise di rimanere nelle campagne si è fatto piacevolmente coinvolgere dai nuovi metodi di produzione, abbracciando le “comodità”.
Oggi si parla di impreditori agricoli e operai.

L’industria agricola.

Ed infatti si tratta di fabbriche.
L’aspetto dei campi è completamente cambiato, si è passati dall’adattarsi alla conformazione del terreno all’adattamento del terreno alle esigenze delle macchine (lievi pendenze, nessun ostacolo, sesto d’impianto fitto).

La commercializzazione del prodotto, anziché l’autoconsumo, diventa un’attività centrale, come per ogni altro tipo di azienda, le estensioni di suolo coltivato diventano enormi, gli operatori si desensibilizzano, e viene richiesta una grande quantità di energia e prodotti dall’esterno, al contrario di quanto accedeva in precedenza.

In una coltivazione moderna le piante vengono considerate alla stregua di ingranaggi componenti una catena produttiva.
Il suolo non è altro che un supporto per le radici, e per questo viene sottoposto a un fortissimo sforzo per massimizzare la resa delle coltivazioni, perdendo materia organica attraverso irrigazioni continue e cercando di reintegrarla attraverso la “fertilizzazione” chimica. L’irrigazione artificiale con acqua potabile, spesso addizionata di fertilizzanti, rappresenta oltre a uno spreco enorme, la necessità di produrre anche più raccolti in un anno (a seconda delle varietà coltivate e della zona) per compensare i costi sempre crescenti legati all’insostituibilità di certi prodotti chimici e alla necessità di rifornirsi dall’esterno che ogni azienda ha.

La direzione dell’impianto segue sempre la massima pendenza (i trattori si ribalterebbero se l’inclinazione fosse laterale) e pertanto in concomitanza di precipitazioni questo terreno impoverito e quasi sterile si dilava con facilità essendo incapace di trattenere l’acqua.

La meccanizzazione ha imposto l’eliminazione di tutte quelle barriere naturali che sono macchie e boschetti, che un tempo delimitavano i confini, per rendere fruttuosa l’operazione nel campo; si riducono così le protezioni naturali e la biodiversità e aumenta la necessità di ricorrere a trattamenti contro parassiti e infestanti.

La separazione della zootecnia dalle aziende agricole, in linea con il processo di frammentazione spaziale delle attività un tempo praticate nello stesso luogo, ha comportato una riduzione dell’utilizzo di concimi organici e insieme all’innalzamento delle esigenze di resa delle piantagioni ha contribuito alla diffusione dei concimi di sintesi.

La fertilizzazione chimica (anche se bisognerebbe parlare di integrazione chimica perchè non è certo una pratica che aumenta la fertilità dei suoli!) incrementa il ciclo di azoto e zolfo facilitando così la dissoluzione di composti organici disponibili e il fenomeno erosivo e di dilavazione.

La “disinfestazione”, cioè la difesa della produzione da infestanti e parassiti, distrugge sia le specie “nocive” che quelle ausiliarie, e contribuisce all’inquinamento delle falde acquifere.

Grazie alla partenogenesi, le specie cosiddette nocive hanno un potenziale biologico molto più alto delle specie ausiliarie e cicli vitali brevissimi e riescono a sviluppare una resistenza genetica ai pesticidi. Le aziende agricole sono così costrette a comprare sempre nuovi prodotti di disinfestazione dall’industria chimica in un circolo vizioso che aumenta i costi di anno in anno, contribuisce alla decrescita e perdita totale di alcune specie ausiliarie, fortifica la resistenza delle specie “dannose” e addirittura ne crea di nuove.

L’agricoltura moderna è strettamente legata alle esigenze di mercato e la scelta delle varietà da coltivare avviene solo in base alle tendenze del momento, senza tenere in considerazione tradizioni locali e la naturale “vocazione” di un territorio.
Gli organismi transgenici rappresentano benissimo la situazione descritta fin qui, dipendenza da poche grandi industrie, il mercato che decide cosa produrre e in che quantità e i danni irreparabili che vengono arrecati all’ecosistema.

Ma la conseguenza più evidente di quanto detto finora sta forse nella perdita di biodiversità documentata nel ventesimo secolo: oltre il 90% delle specie coltivatl’alimentazione umana.
Luglio - Agricoltura Biologica
pubblicato il 19 Luglio 2012


L’agricoltura biologica è una evoluzione dell’agricoltura moderna, che punta a un minore impatto ambientale e a salvaguardare i sistemi agricoli dal deterioramento.

Essa trae le sue origini dal movimento di ritorno alla “natura” e ai suoi ritmi diffuso nel ceto alto borghese tedesco verso la fine del diciannovesimo secolo, che vedeva la fattoria come un unico organismo “vivente” in armonia con tutte le sue parti e al cui centro si pone l’essere umano.

Il biologico di oggi è quindi figlio di alcuni principi dell’agricoltura biodinamica e delle profonde influenze dell’agricoltura intensiva del secondo dopoguerra. Dalla lettura dei manuali di agricoltura biologica si capisce quanto possa essere influente sulla qualità dei prodotti e, nel lungo periodo, sulla qualità dei suoli, l’adozione di certe pratiche e tecniche di lavorazione. Tutto ciò è inconfutabilmente vero.

Biologico vuol dire “relativo alla biologia”. La biologia è la scienza che studia le manifestazioni della vita. La vita è una “proprietà della materia animata che la distingue da quella inanimata”. Scendendo nel particolare arriviamo a trattare concezioni filosofiche che per quanto interessanti non trovano spazio in questo articolo. Ma questa piccola digressione semantica ci può far ragionare su un punto.

L’agricoltura non è di per sé una applicazione pratica di alcuni principi della biologia?

Perchè è stato scelto il termine “biologica” per differenziare questo tipo di agricoltura dall’agricoltura moderna? Possiamo pensare che il legislatore utilizzando come base la lingua inglese abbia tradotto il termine “organic” in biologico. In inglese ci si riferisce a questo tipo di agricoltura con il termine “sustainable”, sostenibile, e sui prodotti sta scritto “organic”. E questo può in parte spiegare perchè in Spagna si parli di “agricultura ecològica”.
É interessante studiare le origini di una parola, si capisce molto del suo significato e questo purtroppo la dice lunga sul termine Agricoltura Biologica. Certo riportare sulle etichette “prodotto ottenuto utilizzando esclusivamente coadiuvanti legati al ciclo del carbonio” sarebbe più sgradevole, ma di sicuro più vicino all’inglese “organic” di quanto possa essere “biologico” in questo contesto. Se si considera l’applicazione delle pratiche “biologiche” nella produzione su larga scala emergono una serie di problematiche, sia di controllo delle colture sia di costanza produttiva.

Come detto sopra si tratta di una “evoluzione” dell’agricoltura tradizionale, questo vuol dire che, per il modo in cui viene espressa da leggi e regolamenti europei (Regolamento CE n°2092/91, 404/2007, 834/2007, e altri) l’agricoltura biologica rappresenta una variante delle pratiche agricole moderne.

Questo vuol dire che per fare agricoltura biologica bisogna rispettare un disciplinare, che implica restrizioni sull’utilizzo di fertilizzanti e antiparassitari, e obbligatorietà dei controlli da parte di enti certificatori. La legge, come al solito per motivi di comodità, enuncia ciò che è proibito e non ciò che è lecito fare; non sono presenti indicazioni o obblighi ad attenersi a certe specifiche pratiche e metodologie di coltivazione o allevamento, solo vaghi richiami a “benessere” e “compatibilità”, che di per sé non vogliono dire nulla. Dai regolamenti apprendiamo cosa è vietato, dai manuali apprendiamo come possiamo fare per compensare a questi divieti. Qualche testo spende anche delle parole sugli aspetti più poetici dell’agricoltura biologica, l’equilibrio, la bontà, la salubrità.
Il problema fondamentale sta nella grandezza, intesa come superficie e come fatturato, di chi applica questi suggerimenti colturali.

Un conto è fare un orto biologico, un altro è una coltivazione di cinquecento ettari di grano o un vigneto di dieci ettari.
Per fare un esempio: nella lavorazione di una piccola porzione terreno (ventitrenta metri quadrati) per prepararlo alla coltivazione di ortaggi si consiglia di utilizzare un attrezzo chiamato coltivatore o un’altro simile a un forcone. Questi attrezzi diversamente dalla consueta vanga hanno la funzione di sbriciolare il suolo e ossigenarlo, non ribaltano le zolle di terra mantenendola compatta come fa la vanga. E questo è fondamentale per la creazione di humus senza il quale si è costretti a ricorrere alle concimazioni. I risultati sono innegabili, la terra si frammenta con facilità, trattiene di più l’umidità, si riempe di insetti ed è più morbida da attraversare per le radici di pomodori e patate. Il problema fondamentale è che la gente purtroppo non ha sempre un appezzamento di terra da coltivare, e chi ce l’ha molto spesso si rifiuta di farlo. Quindi le persone vanno al mercato o al supermercato alla ricerca di cavoli patate e cipolle “bio”.

Li trovano e li comprano.

Ma che estensione territoriale coltivata a cipolle è necessaria per rifornire una intera città di consumatori attenti al “bio”?

Migliaia di ettari è la risposta. E non è possibile utilizzare un attrezzo a mano come il coltivatore su tutta quella superficie. O meglio è impossibile da quando lo schiavismo è illegale! Quindi una grande azienda che fa agricoltura biologica e ha a disposizione dieci operai per le operazioni di lavorazione dei suoli, semina, trattamento e raccolta dei prodotti, fa ricorso alle macchine agricole per espletare queste funzioni.

Il risultato è che deve stare più attenta a non sforare i limiti imposti dal disciplinare biologico piuttosto che attenersi ai sani e nobili principi di base dell’agricoltura in questione. Il suolo necessita sempre più di un apporto dall’esterno per mantenere la fertilità.

Le piante, stressate dalla reciproca vicinanza e dall’eccesso di nutrienti per crescere più rapidamente, si ammalano. Si ricorre a trattamenti, perchè si può, sia preventivi che riparatori. E questi trattamenti sono effettuati con rame, zolfo e altri preparati minerali da nebulizzare o atomizzare che con il ciclo vitale hanno ben poco a che fare. Semprechè non si tratti di interventi riparatori, perchè in quel caso ahimè si possono utilizzare insetticidi o anticrittogamici di sintesi (ce ne sono alcuni permessi dalla legge).

Le dimensioni contano.

Perchè se la scala di produzione è grande è inevitabile affidarsi a mezzi di lavorazione e trattamenti che rendano meno costosa e più veloce la coltivazione e garantiscano il raccolto. Non ci si può certo permettere che il lavoro di un anno vada perduto a causa di un parassita. La normativa prevede infatti il ricorso a trattamenti fitosanitari chimici per evitare la perdita del raccolto. Si parla di casi eccezionali, chiaro, ma è interessante vedere come spesso l’eccezione diventi norma in coltivazioni intensive a causa del già citato stress che le piante subiscono. E ovviamente c’è biologico e biologico.

C’è chi fa biologico perchè crede che il suo contributo conti qualcosa nel bilancio complessivo dell’ecosistema.

C’è chi fa biologico perchè molte persone sono disposte a spendere di più per un prodotto con un marchio verde e la scritta UE.

Dal momento in cui ci si affida a un grande distributore tutti i nostri buoni propositi vengono meno.

Chi si sostituisce al consumatore finale nella scelta dei prodotti raramente potrà farne l’interesse, e prevarrà sempre la legge del prezzo su principi e ideologie. Per capire quanto l’agricoltura biologica da supermercato sia una evoluzione dell’agricoltura moderna può essere utile il concetto di agrosistema. Esso è un sistema ambientale caratterizzato da una forte antropizzazione, tanto forte da alterarne le consuete dinamiche per finalizzarle alla produzione dibiomassa.
L’uomo cerca di mantenere un ecosistema ai primi stadi evolutivi, gestendo la presenza di varietà e specie presenti al suo interno, per contenere le variabili da tenere sotto controllo nelle varie fasi della coltivazione. Lo fa attraverso la monocoltura, che permette la specializzazione delle tecniche, senza tenere presente il principio di autosufficienza a cui si doveva far riferimento quando le fattorie dovevano sopravvivere da sole. La monocoltura è stata resa possibile grazie ai progressi tecnologici dal secondo dopoguerra in poi, meccanizzazione e trattamenti fitosanitari. Prima era impensabile un oliveto come quelli di oggi e infatti si parlava di coltivazioni promiscue, olivo, vite “maritata” ad un albero, e cereali tra i filari. Certo, non esistevano le enormi proprietà che esistono oggi, e ogni piccolo appezzamento doveva generare quante più varietà di prodotti era possibile ottenervi, seguendo il principio della diversificazione e della distribuzione del rischio; ma si parlava di varietà e non di quantità.

Oggi invece gli enormi campi a monocoltura devono produrre biomassa al massimo della loro possibilità, seguendo il principio delle economie di scala e della riduzione dei costi, concentrando le operazioni per tipologia e tempistiche. In un agrosistema quindi c’è un forte flusso di massa ed energia in entrata (acqua, fertilizzanti, sementi, carburanti, anticrittogamici) ed un altro altrettanto forte in uscita (costituito in larga parte dalla biomassa prodotta che viene sottratta al ciclo).

É molto costoso mantenere in attività un agrosistema perchè si combatte contro la biodiversità e l’impoverimento dei suoli attraverso l’applicazione di tecniche più o meno invasive atte a contenere e bilanciare gli scompensi che inevitabilmente si creano.

Basta pensare alle operazioni di potatura e poi di concimazione che si susseguono ogni inverno nelle campagne: si concima il suolo in prossimità delle piante per dare più nutrimento alle stesse in quanto, pur di mantenerne le dimensioni intatte, se ne tagliano via grosse porzioni. L’obiettivo è massimizzare la produzione al fine di sottrarla al sistema e trasformarla economicamente, ma perchè questo si realizzi ogni ingranaggio deve ruotare alla perfezione sennò sarebbe come una fabbrica in cui cambiano senza sosta gli orari, gli operai e le attrezzature.

Ritornando alle dimensioni delle aziende, come può esserci costanza produttiva su appezzamenti enormi se non si applica questa specializzazione e divisione dei compiti?Perciò le grandi aziende agricole sostituiscono i prodotti chimici tradizionali con i prodotti permessi dai disciplinari biologici, sostituiscono i fertilizzanti sintetici con quelli organici e mantengono inalterata la struttura produttiva. Mirando a massimizzare i profitti e a contenere i costi, senza limitare gli apporti dall’esterno dell’azienda (e quindi la dipendenza da terzi per certi prodotti specifici) non è possibile salvaguardare l’ambiente e il benessere.

Se in teoria l’agricoltura biologica dovrebbe avere un impatto energetico e ambientale inferiore a quella moderna, creando un agrosistema più ricco di biodiversità e maggiormente autosufficiente, in pratica questo è possibile solo in piccola scala.
Un altro problema è legato alla sostenibilità di un approccio intensivo all’agricoltura biologica; le rese produttive per ettaro sono significativamente più basse rispetto all’agricoltura moderna e questo significa maggior superficie coltivata, fino ad arrivare alla saturazione della superficie coltivabile se il modello fosse esteso a tutte le aziende del mondo.

Da vegan sappiamo bene quanto in realtà non manchi il cibo per l’intera popolazione mondiale ma sia semplicemente maldistribuito, e quindi il precedente ragionamento viene meno, senza soffermarsi sul fatto che l’agricoltura moderna sta dimostrando già ora il suo fallimento dal punto di vista della sostenibilità. Però per quanto remota come ipotesi questa ci fa pensare che non basta semplicemente sostituire certi ingredienti della ricetta per migliorare il piatto, bisogna cambiare procedimento.

Dal punto di vista etico l’agricoltura biologica pone diversi dilemmi.

La concimazione viene effettuata con i fertilizzanti organici: pellet liofilizzati composti per la maggior parte da carcasse e scarti di macellazione non vendibili nel mercato alimentare (tumori, unghie, pelle, ossa, sangue) e in misura minore da deiezioni animali (letame e urine). Esistono anche pellet di “stallatico”, “pollina” e sterco in generale, che a prima vista sono più innocui. La problematica sta nella provenienza di questi concimi, infatti essi si ottengono al novantanove per cento dagli allevamenti intensivi. Sarebbe abbastanza curioso vedere un operatore incaricato di spalare liquami in un pascolo di un allevamento “bio”.

Sarebbe anche enormemente costoso. Quindi è molto più economico raccogliere in massa le deiezioni di maiali, mucche e polli nei capannoni, con tanto di disinfettanti e antibiotici, seccarli e venderli alle aziende che fanno agricoltura biologica.

Non si spreca nulla!

La fertilizzazione con concimi animali commerciali è solo l’ultimo anello della catena di sfruttamento che lega gli animali a noi e finanzia direttamente l’allevamento intensivo. La “lotta biologica” e la “lotta biotecnica” sono questioni altrettanto spinose. Nella prima si selezionano in laboratorio delle specie di insetti, superpredatori sterili (?) che vengono poi introdotti nei campi ed eliminano la popolazione autoctona, sia le specie “nocive” che quelle “ausiliarie”, distruggendo la biodiversità animale in quel luogo per poi perire a loro volta in mancanza dell’ambiente di origine. É vero, non si inquina, ma al di là del problema etico della selezione di questi insetti, come può essere considerata una pratica sostenibile? La “lotta biotecnica” invece mira allo stesso risultato, eliminare le specie nocive, ma attraverso l’utilizzo sistematico di trappole feromoniche che attraggono sì i parassiti, ma anche tutti gli altri insetti che in natura potrebbero dare una mano (ausiliari).
In entrambi i casi si crea la dipendenza dalle così dette “biofabbriche”.
Naturalmente esistono le alternative, concimi ottenuti con compost completamente vegetali, sovescio, rotazione delle colture, siepi e “macchie”, semina di fiori e piante che contribuiscano ad aumentare la biodiversità, tutte cose che, come già detto, hanno costi elevati per le aziende in termini di orelavoro e rese produttive. Quindi solo chi fa “bio” seguendo un principio etico proprio e rimanendo il più possibile indipendente dal mercato dei prodotti per l’agricoltura può adottare con efficacia queste tecniche.
Concludendo, non si può affermare che il “bio” da solo possa rappresentare una svolta sostenibile. Per come la legge ne ha disegnato i limiti l’agricoltura biologica rappresenta soltanto una variazione sul tema dell’agricoltura intensiva, e fino a che sarà il mercato a imporsi sulle scelte personali di agricoltori e imprenditori agricoli non ci saranno garanzie dal punto di vista etico.


Storie scritte da Giacomo Crocchini.

Sono nato a Firenze nel 1987 e lì vivo ancora oggi. Sin da piccolo i miei genitori mi hanno fatto conoscere misteri e piaceri della natura. Ho vissuto tutti i fine settimana in campagna, correndo per i campi d'estate e sprofondando in pozze melmose d'inverno. Dopo aver ottenuto la licenza linguistica mi sono iscritto all'Università di Firenze nel corso di Laurea in geografia economica.
Dopo poco ho iniziato il mio percorso lavorativo nel settore della ristorazione pur continuando a studiare.
Il mondo del vino mi ha sempre attratto e così un po' per curiosità e un po' per passione sono diventato Sommelier AIS.
Sono Vegan dal 2009 e pian piano ho coinvolto tutta la mia famiglia e di conseguenza anche la nostra azienda agricola. Produciamo vino e olio 100% Vegan. Nel 2010 è nato mio figlio Mario e nel 2014 è nato Luigi e loro, a differenza di me potranno  dire di essere Vegan "dall'origine", grazie all'impegno mio e di mia moglie.


Azienda Agricola Podere La Madia - Via Setteponti Ponente 66/B Loc. Malva - Loro Ciuffennna (AR) - email: info@poderelamadia.com - Mobile: 0039 339 1225755 Giacomo - 333 7160250 Carlo